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mercoledì 10 novembre 2010

Tanti, organizzati e presenti dove c’è più bisogno: l’identikit dei volontari del Lazio


Sono più di un milione: una risorsa per le comunità locali. E Il 30% dei cittadini della regione ha effettuato donazioni nell’ultimo anno. Roma, 9 novembre 2010 – Sono più di un 1 milione i cittadini del Lazio che svolgono attività di volontariato. Si tratta del 22,1% delle persone con almeno 18 anni: il 29,3% dei più giovani di 18-29 anni, il 23,5% tra i 30-44enni, il 17% tra i 45-64enni e il 22,4% tra le persone con 65 anni e oltre. Rispetto al resto d’Italia, nel Lazio ci sono più volontari tra gli anziani. L’83,6% dei volontari è costituito da diplomati e laureati. È quanto emerge da una ricerca realizzata dal Censis su incarico dei Centri di servizio per il volontariato del Lazio Cesv e Spes e dal Comitato di gestione dei fondi speciali per il volontariato del Lazio, che ha analizzato il profilo dei volontari nella regione, il loro punto di vista e quello del resto dei cittadini sul volontariato laziale, a confronto con i dati relativi all’intero Paese. I volontari nel Lazio più coinvolti nelle iniziative delle organizzazioni, ma con un impegno meno costante rispetto al resto d’Italia. Nella regione più che altrove i volontari operano all’interno delle organizzazioni (il 79,4% nel Lazio, il 73,6% in Italia), piuttosto che in modo autonomo e informale (il 20,6% nel Lazio, il 26,4% in Italia). Ma sono di meno quelli che si impegnano con regolarità (il 70% circa nel Lazio, il 76% in Italia) rispetto a quelli che si impegnano di tanto in tanto (il 30% nel Lazio, il 24% in Italia). Nel Lazio i volontari si impegnano in media circa 6 ore alla settimana. Aiutare gli altri gratifica chi lo fa. Oltre il 91% dei volontari nel Lazio giudica positivamente la propria esperienza: il 49,7% perché trova l’attività gratificante e crede profondamente in quello che fa, il 41,4% perché incide concretamente sulla vita delle persone. Tra le motivazioni del fare volontariato prevale il richiamo all’altruismo (33,3%) e a ragioni ideali, etiche (24,4%), mentre il 19,3% si è dedicato agli altri a seguito di un’esperienza personale di sofferenza. I problemi: poche risorse, poca attenzione dalle istituzioni. La scarsità di risorse a disposizione (secondo il 38,9% nel Lazio), l’insufficienza del numero dei volontari (33,9%), la decrescente partecipazione dei giovani (22,3%) sono i principali problemi del volontariato nel Lazio. Rispetto al resto d’Italia, i volontari nella regione sottolineano come problema la mancanza di un adeguato riconoscimento da parte delle istituzioni (il 26,3% nel Lazio, il 16% a livello nazionale). Il punto di vista dei cittadini. Strutture sanitarie, dagli ospedali alle case di cura (secondo il 57,6% del campione), strutture socio-assistenziali come le case di riposo (35,9%) e il sostegno domiciliare (34,6%) sono gli ambiti in cui i cittadini del Lazio percepiscono maggiormente la presenza del volontariato nella loro zona di residenza. Seguono la protezione civile (20,3%), l’assistenza economica diretta (19,6%), l’animazione sul territorio (10,6%) e lo sport (10,5%) come ambiti in cui è più forte la presenza percepita dai cittadini del Lazio rispetto a quelli del resto d’Italia. La non autosufficienza (46,7%) è l’ambito in cui è giudicato più rilevante il contributo del volontariato, poi l’aiuto alle famiglie povere, il supporto ai ricoverati negli ospedali, agli ospiti delle case di riposo o di cura. Non è facile per i cittadini dare una definizioni di volontariato. Richiesti di indicare quale aspetto caratterizza di più il volontariato nella propria zona di residenza, quasi il 31% dei cittadini del Lazio (il 34% in Italia) non è stato in grado di rispondere. Quasi il 24% afferma che il volontariato dimostra che è possibile aiutare gli altri (il 23% circa in Italia), il 21% che favorisce i rapporti tra chi può aiutare e chi ha bisogno di essere aiutato, il 20,5% che garantisce servizi che altrimenti non ci sarebbero, mentre per oltre il 18% il volontariato è portatore di valori importanti come la solidarietà, la non violenza, la libertà e la tolleranza. Pur presente dove c’è più bisogno, per molti cittadini non è facile dare una definizione univoca di volontariato, perché c’è un deficit di comunicazione. Il volontariato fa, ma si racconta troppo poco. Cosa fanno i cittadini per il volontariato. Poco più del 30% dei cittadini del Lazio ha fatto, nell’ultimo anno, donazioni a specifiche organizzazioni, il 16,8% ha partecipato a manifestazioni di vario tipo e poco meno del 16% ha firmato petizioni promosse da organizzazioni di volontariato. Secondo i cittadini, in futuro sarà decisiva la funzione di educazione valoriale del volontariato (per il 42% nel Lazio e il 39,6% nella media nazionale), cioè la promozione della solidarietà e dell’altruismo tra le persone. Il 33,6% richiama la funzione di dare voce e visibilità alle persone più fragili e indifese, il 28,3% sottolinea la copertura degli aspetti del sociale poco presidiati dal sistema di welfare come le nuove forme di disagio. Del volontariato è importante lo stimolo alla responsabilizzazione individuale a fare le cose, piuttosto che a criticare senza muoversi (è l’opinione del 41,7% del campione), la capacità di offrire più servizi per tutti a costi più bassi (36,3%), la capacità di richiamare l’attenzione su problemi e soggetti altrimenti ignorati dai media e dai politici (33,4%). Questi sono i principali risultati della ricerca «Il futuro del volontariato: il caso del Lazio» presentata oggi a Roma dal Direttore Generale del Censis Giuseppe Roma e discussa da Cristina De Luca, Presidente Coge Lazio, Renzo Razzano, Presidente Spes, Emmanuele Francesco Maria Emanuele, Presidente Fondazione Roma, Gabriello Mancini, Presidente Fondazione Monte dei Paschi di Siena e Francesca Danese, Presidente Cesv. CENSIS – Centri di Servizio per il Volontariato del Lazio CESV e SPES ufficiostampa@spes.lazio.it - volontariato.lazio.it

lunedì 11 ottobre 2010

"I Have a Dream"


I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: "We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal."

I have a dream that one day on the red hills of Georgia, the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit down together at the table of brotherhood.

I have a dream that one day even the state of Mississippi, a state sweltering with the heat of injustice, sweltering with the heat of oppression, will be transformed into an oasis of freedom and justice.

I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin but by the content of their character.

I have a dream today!

I have a dream that one day, down in Alabama, with its vicious racists, with its governor having his lips dripping with the words of "interposition" and "nullification" -- one day right there in Alabama little black boys and black girls will be able to join hands with little white boys and white girls as sisters and brothers.

I have a dream today!

I have a dream that one day every valley shall be exalted, and every hill and mountain shall be made low, the rough places will be made plain, and the crooked places will be made straight; "and the glory of the Lord shall be revealed and all flesh shall see it together."2

This is our hope, and this is the faith that I go back to the South with.

With this faith, we will be able to hew out of the mountain of despair a stone of hope. With this faith, we will be able to transform the jangling discords of our nation into a beautiful symphony of brotherhood. With this faith, we will be able to work together, to pray together, to struggle together, to go to jail together, to stand up for freedom together, knowing that we will be free one day.

And this will be the day -- this will be the day when all of God's children will be able to sing with new meaning:

My country 'tis of thee, sweet land of liberty, of thee I sing.

Land where my fathers died, land of the Pilgrim's pride,

From every mountainside, let freedom ring!

And if America is to be a great nation, this must become true.

And so let freedom ring from the prodigious hilltops of New Hampshire.

Let freedom ring from the mighty mountains of New York.

Let freedom ring from the heightening Alleghenies of Pennsylvania.

Let freedom ring from the snow-capped Rockies of Colorado.

Let freedom ring from the curvaceous slopes of California.

But not only that:

Let freedom ring from Stone Mountain of Georgia.

Let freedom ring from Lookout Mountain of Tennessee.

Let freedom ring from every hill and molehill of Mississippi.

From every mountainside, let freedom ring.

And when this happens, when we allow freedom ring, when we let it ring from every village and every hamlet, from every state and every city, we will be able to speed up that day when all of God's children, black men and white men, Jews and Gentiles, Protestants and Catholics, will be able to join hands and sing in the words of the old Negro spiritual:

Free at last! Free at last!

Thank God Almighty, we are free at last!3

mercoledì 6 ottobre 2010

Er ministro novo

Er ministro novo

Guardelo quant'è bello! Dar saluto
pare che sia una vittima e che dica:
- Io veramente nun ciambivo mica;
è stato proprio el Re che l'ha voluto! -

Che faccia tosta, Dio lo benedica!
Mó dà la corpa ar Re, ma s'è saputo
quanto ha intrigato, quanto ha combattuto...
Je n'è costata poca de fatica!

Mó va gonfio, impettito, a panza avanti:
nun pare più, dar modo che cammina,
ch'ha dovuto inchinasse a tanti e tanti...

Inchini e inchini: ha fatto sempre un'arte!
Che novità sarà pe' quela schina
de sentisse piegà dall'antra parte!

1921 Trilussa

venerdì 24 settembre 2010

Sta a Riace il miglior sindaco del mondo?

Un’altra Calabria è possibile. Proprio abbarbicato sulle alture della Locride, terra di n’drangheta e di conflitti sociali aspri dove lo stato spesso latita, c’è un paesino, Riace, che è un miracolo di civiltà e che ha fatto della convivenza con gli stranieri la cifra della sua identità.

Rosarno, che dista poche decine di chilometri, è lontana anni luce da qui. Lontane sono le sue guerre tra poveri pilotate dalla criminalità organizzata, lontanissimi sono i calabresi che hanno perduto l’anima e sparano ai migranti, trattati come miserabili e sfruttati come schiavi.

Riace (conosciuto per il ritrovamento dei Bronzi), 1800 abitanti, di cui 250 immigrati, non è solo accoglienza di rifugiati politici. In un territorio infiltrato dalle ‘ndrine, e le cui bellezze naturali sono deturpate dagli scempi dell’abusivismo edilizio, si è imposta all’attenzione dei media nazionali e internazionali (Wim Wenders ha girato tra i suoi vicoli un corto, “Il volo” FOTOGALLERY) per la raccolta differenziata condotta con gli asini (per fare un paragone basti pensare che nel capoluogo calabrese, Catanzaro, la differenziata è un’utopia), per il borgo ripopolato con le botteghe artigiane, per la costituzione di un eco-villaggio, il “Riace- Village”, riproposizione di un villaggio rurale per l’ospitalità diffusa e per il turismo sostenibile, per il “Riace Film Festival”, la prima kermesse dedicata al cinema delle migrazioni.

Tutte idee partorite dal sindaco Domenico Lucano che per questo è stato nominato, unico italiano, tra i 23 finalisti del “World Mayor Prize”, premio per il miglior sindaco del mondo (la cui raccolta di voti si chiude in queste ore), assieme, per capirci, ai sindaci di metropoli come Città del Messico, Mumbai, ecc. Ma lui, Lucano, “Mimmo dei curdi”, come viene chiamato qui in paese, non si ispira a nessuno di questi, anzi, a parlare del premio si schermisce: «Mi mette un poco a disagio, io faccio solo il sindaco con l’impegno di un militante, non ho mai abbandonato le utopie di quand’ero studente».

Nessuna affiliazione ai partiti tradizionali: Lucano è stato eletto con la lista civica “Un’altra Riace è possibile” nel 2004, e poi riconfermato nel 2009. Il Pd dei notabili calabresi non lo ha appoggiato. Ma lui aveva dalla sua il consenso del paese. «Io sono di sinistra. Punto. Mi definisco del partito di Peppino Impastato, i valori a cui mi ispiro tutti i giorni nel fare l’amministratore sono l’uguaglianza sociale, la partecipazione e la trasparenza per togliere gli agganci negli appalti con la criminalità; chiamiamola, se volete, sinistra utopica».

In compenso le minacce delle famiglie degli “omini d’onore” non sono mancate. Due pallottole contro la Taverna delle Rose, ristorante recuperato da una casa abbandonata e dato in gestione a Città Futura, la sua associazione intitolata a Don Puglisi e infine l’avvelenamento dei suoi due cani. E il pensiero corre veloce ad un altro sindaco “speciale”: quell'Angelo Vassallo ucciso qualche settimana fa nel salernitano. «Certo le minacce, ma che significa che me ne devo andare? – dice lui sprezzante – che tutti ce ne dobbiamo andare? Io non ho paura, il mio messaggio è antitetico a quello della ‘ndragheta: da una parte loro, dall’altra noi. C’è una Calabria che vuole restituire dignità alla politica».

«Gli uomini d’onore, l’antistato, – continua Lucano – danno in qualche modo risposte più rapide alla crisi di occupazione del territorio e qui sta la mia scommessa, indicare uno sviluppo diverso dal turismo di massa e dai centri commerciali, uno sviluppo che si basa sull’identità dell’essere calabrese proprio in virtù dell’accoglienza dello straniero, valore antico che si tramanda da generazioni». Il paese, racconta ancora il primo cittadino, stava subendo la stessa sorte di tanti altri dell’Appennino calabrese, lo spopolamento per le migrazioni. «Ci sono più riacesi in provincia di Torino e in Sud America che qui».

E fu un giorno del luglio '98 che al sindaco, non ancora tale, venne l’idea. «Assistetti allo sbarco di 300 immigrati e capii improvvisamente che da problema potevano diventare la soluzione». Cominciò così a dare case a famiglie palestinesi, afghane, eritree, serbe, («tutti disperati in fuga da guerre e devastazioni, tanto abbiamo imparato noi riacesi da loro»), a insegnare loro i vecchi lavori artigianali della tradizione calabrese. Oggi addirittura il saldo nascite/decessi è positivo.

Grazie agli immigrati. E, sottolinea Lucano, «abbiamo riaperto la scuola elementare dove sono più i bambini stranieri che quelli italiani». Insomma quel che nelle periferie di Roma o Milano viene considerato come un problema di ordine pubblico, qui è considerato una risorsa, «è una forma di riscatto sociale». «La cosa che mi fa più felice? - conclude il sindaco – è i bambini sono tornati a giocare per le strade di Riace».
21 settembre 2010
di Luciana Cimino

venerdì 10 settembre 2010

Quando si dice “accoglienza”...

Ho usufruito, giorni fa, di un “Intercity”, quei treni che collegano medie e grandi città italiane.
Ho vissuto su quel treno per otto ore di fila ed ho gradito la disponibilità e cortesia del personale viaggiante, di questi tempi cosa di non poco conto.
Un ragazzo, salito con uno strumento musicale, veramente ingombrante con la sua bella custodia, ha ricevuto l'immediata assistenza del capo treno che, con cortese accoglienza, ha indicato il luogo dove collocare l'oggetto per non disturbare gli altri passeggeri ma anche per non lasciare che il proprietario fosse disturbato in ogni momento per il possibile intralcio sottolineando come “tormento” solo il pensiero se ciò fosse accaduto.
Immagino che Trenitalia, alla quale non si possono certamente scollare i gravi ed igienici problemi che si trascina dietro sul trasporto pendolari, investa sul proprio personale non solo sulle eleganti divise ma anche in formazione.
Arrivo notte tempo alla stazione di Monte S. Biagio e da esperto conoscitore degli usi locali a naso mi reco alla navetta che mi condurrà a Terracina che sta aspettando, a motore acceso, in un angolo buio del grande piazzale altrettanto buio.
L'autista, concentrato sulla Gazzetta dello Sport, non si accorge di chi sale e non risponde neanche a qualche timido “buonasera” .
Aspettate le coincidenze, stancamente ripiega il giornale e sempre con assordante silenzio chiude le porte e si avvia.
Appena imboccata la direzione Terracina due signore corrono di lato e chiedono che il pullman si fermi.
Si materializza la voce del conducente “scroccando” , come diciamo noi, un sonoro “San Catallo” ed indirizzando alle due epiteti inerenti al “lavoro su strada” più vecchio del mondo.
Svogliatamente il pullman si ferma e aperte le porte fa salire le due signore che immediatamente, in un garbato e ottimo inglese, ringraziano e si scusano.
Chiedono se il bus va a Terracina, ricevono solo un grugnito.
Arrivo a destinazione e nel scendere saluto e qualche pendolare che mi conosce mi sussurra:”Siamo stati sfortunati, c'è capitato il peggio tra i peggio”.
Immagino che Cotral Spa non abbia investito neanche un nichelino nella formazione del personale ritenendo che la patente sia sufficiente.