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domenica 30 maggio 2010

La crisi, i giovani e le ombre del ceto medio

di Francesco Gloriani

Tempi duri, stringere la cinghia, lacrime e sangue, “manovrone” e via dicendo: così l’informazione dipinge la crisi finanziaria dilagante che fa soccombere un po’ tutti: le imprese, le banche, le famiglie, la finanza, persino i governi, e adesso anche l’euro. Eppure qualcuno è stato salvato, così come molti sono stati mandati ancora più a fondo. A ricordarcelo sono le cifre del Rapporto sui diritti globali 2010: un progetto ideato e realizzato dall’Associazione SocietàINformazione (una onlus attiva sui temi sociali), promosso e sostenuto dalla Cgil, e a cui aderiscono anche ActionAid, Antigone, Arci, il Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza, la Fondazione Basso, il Forum Ambientalista, il Gruppo Abele e Legambiente.

Lapidaria la nota di presentazione: «Viviamo in una società sempre più spaventata del futuro, in cui i legami sociali sono sempre più deboli e quindi più fragile la sua coesione. Crescono l’individualismo e l’antagonismo laddove servirebbero relazioni e solidarietà». Emerge un ceto medio sempre più povero. Questo perché «l’inevitabile corrispettivo e conseguenza del too big to fail, del troppo grandi per fallire, è che vi sono i troppo piccoli, troppo deboli e troppo senza potere per essere aiutati. Anzi, sono loro a essere costretti ad aiutare i grandi – grandi e voraci – attraverso l’eterno gioco fondato sulla privatizzazione dei profitti e sulla socializzazione delle perdite». Un giudizio troppo ideologico? Ci sono numeri e percentuali che lo sostengono. Limitandosi all’Italia, i dati parlano per il 2008 di 2.737.000 famiglie (l’11,3% del totale) in condizioni di povertà. Con il ceto medio in bilico, pronto a raggiungere la parte più svantaggiata della popolazione: «1,8 milioni di famiglie giovani, a reddito medio-alto soffrono a causa del mutuo per la casa, che porta il 56,5% di loro ad arrivare con difficoltà alla fine del mese, il 54% a non poter accantonare un solo euro».

E ancora: «Nel 2009 le famiglie italiane si sono indebitate per 524 miliardi di euro, più del 2008: 21.270 euro per ogni cittadino. Per i lavoratori dipendenti, il debito annuo è di 15.900 euro, il 79,4% per la casa e il resto per consumi diversi». Pensare che un tempo gli italiani erano un popolo di risparmiatori, e il risparmio era tale da costituire una barriera di protezione contro le crisi finanziarie. Adesso questo risparmio s’è dissolto. Tra le ragioni principali ci sono i salari troppo bassi, al palo da un decennio: «Avere un lavoro non protegge dall’impoverimento. Più di 13,6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese, di cui 6,9 milioni meno di 1.000». In sei anni, tra il 2002 e il 2008, «il reddito netto familiare ha perso ogni anno 1.599 euro tra gli operai, 1.681 euro tra gli impiegati». E quindi, nel 2009 «il 10% degli occupati è sotto la soglia della povertà (un dato tra i peggiori dell’Unione Europea, che conta in media l’8%)». Nel 2007 la percentuale era dell’8,6%. Sono quelli che le statistiche definiscono «working poor», poveri con un’occupazione, solo un po’ meno poveri dei disoccupati.

Il Rapporto annuale dell’Istat 2009 completa il quadro: ultimi tra gli ultimi sono sempre di più i giovani. Su di loro cresce il peso di una società sempre più sbilanciata dalla parte degli adulti. E il disagio aumenta se parliamo di famiglie giovani, e con figli. Per i giovani solo lavoro precario e spesso mal retribuito, se va bene. Perché c’è chi sta ancora peggio: sono coloro che l’Istat indica con l’acronimo Neet, che significa not in education, employnment or training (non lavorano, non studiano, non si formano). I Neet nel 2009 sono arrivati a oltre due milioni, il 21,2% dei 15-29enni. Semplicemente, stanno a casa e a carico dei genitori. Eppure – la stessa Istat lo ricorda – su tutti loro graverà un paese che nei prossimi 40 anni vedrà «crescere la speranza di vita fino a raggiungere gli 84,5 anni per gli uomini e gli 89,5 per le donne; il numero dei giovanissimi fino a 14 anni ridursi a 7,9 milioni (appena il 12,9% della popolazione); la popolazione attiva contrarsi a 33,4 milioni (54,2% di quella totale) e quella degli over 64 salire a 20,3 milioni (da uno su 5 a uno su 3 residenti nel 2050). In sostanza, «l’indice di dipendenza degli anziani potrebbe raddoppiare».

Cosa fare? C’è ancora la possibilità di invertire la rotta, di “non sprecare una buona crisi”, come alcuni economisti ed esponenti politici hanno suggerito negli ultimi mesi? Il Rapporto sui diritti globali 2010 ha una sua ricetta: «Uno dei principali punti di forza di un nuovo modello di sviluppo economico deve essere la convergenza fra reti di imprese sul territorio e reti telematiche. Questo non è un processo spontaneo, ma va perseguito con politiche mirate al recupero del ritardo strutturale del nostro paese nell’adozione di tecnologie innovative. L’Italia ha bisogno di un progetto forte anche sulle nuove frontiere della green economy, delle biotecnologie e della salute, delle infrastrutture materiali per una migliore mobilità e di quelle immateriali, costituite da reti relazionali complesse tra istituzioni, cultura, economia, ecologia e comunità locali». E per protagonisti i giovani, si spera.

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